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Cosa si evince dalla lettura delle lettere e dei diari di Edvard Munch? Per esempio che l’artista, rispetto all’epoca in cui si trovò a vivere, era nettamente avanti; che mentre all’inizio del ’900 le sue mostre erano frequentate da pochi coraggiosi, e comunque sollevavano fiumi di indignazione, oggi, invertitasi la tendenza, sono i visitatori impazienti a giungere a fiumi e i dipinti hanno quotazioni milionarie; che l’artista norvegese ruppe con il passato, intendo dire con molte regole della tradizione pittorica, per poter dipingere non solo ciò che vedeva, sentiva e ciò per cui soffriva, ma per sviluppare le sue tele con un rigore, una pianificazione dei passaggi di colore, e un metodo nuovi; che la sua arte ebbe un forte impatto sulla pittura del XX sec., rivoluzionandone la tecnica pittorica e la visione; che, se volessimo puntare i riflettori sulla figura e sull’esistenza di questo proverbiale artista, gli amici, i mezzi con i quali dipinse, le gallerie nelle quali si svolse la sua frenetica attività sono le coordinate per determinarne il profilo, come pittore e uomo; che l’insieme delle pagine diaristiche è una forma indiretta di biografia o che la vita di Munch traspare e si lascia ricostruire proprio dalle memorie private, così come queste sono una prima interpretazione delle immagini che hanno segnato il suo genio artistico, anche però inversamente: cioè, scorrendo le lettere, attraverso i suoi riferimenti alla pittura emerge tutto il suo «Lebenswelt», il suo universo esistenziale e psicologico, quanto sta dietro il velo dipinto. Imperdibili i riferimenti biografici alla nascita dell’“Urlo” (1893), quando il pittore si trova sul ponte che vediamo nel quadro finale e ascolta nascere in quel tramonto rosso di sole da ogni fibra della natura un lamento ontologico, inarrestabile come le “lacrymae rerum” virgiliane. Un commuoversi della mente all’unisono con tutto il panorama che la circonda, tradotto poi così fedelmente nei colori della sua opera più famosa.
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